‘Attenti a lasciare la città agli architetti’ – da repubblica

‘Attenti a lasciare la città agli architetti’

MARIA CRISTINA CARRATU

Un po’ come la politica, l’ architettura soffre di distacco dalla gente. Una vera malattia, che l’ ha resa autoreferenziale, ovvero astratta: puro gesto artistico che con i problemi, i bisogni veri di una città non ha più niente a che vedere. E spesso, anzi, li aggrava, calando dall’ alto su realtà complesse che non si è minimamente curata di approfondire. Chissà che anche vicende come quella dell’ area Fondiaria a Castello, con il suo esito giudiziario, non si possano interpretare secondo la tesi sostenuta da Franco La Cecla in Contro l’ architettura (oggi a "Leggere per non dimenticare", ore 17.30, Biblioteca delle Oblate, via S.Egidio, con Pietro Lauretano e un video dell’ autore). Che un progetto inciampi in un’ inchiesta, infatti, può dipendere dall’ assenza di una «idea forte», da far valere senza condizionamenti in nome dell’ interesse collettivo. Ma la colpa, secondo La Cecla, è innanzitutto degli architetti. Dunque l’ urbanistica "sbagliata" dipenderebbe dai tecnici, prima che da politici? «Un dato è certo: grandi interventi pubblici senza soldi privati sono ormai impossibili. Ma questo mi scandalizza molto meno di certi pessimi interventi solo pubblici, come le case popolari firmate da Aymonino o Gregotti. Il problema è l’ impostazione professionale dei progettisti, la loro tendenza a considerarsi delle star il cui prodotto artistico ha un valore in sé, a prescindere dalla realtà concreta in cui va collocato». Vale a dire la città in carne ed ossa. «Sì. Oggi tutta l’ urbanistica è passata nelle mani degli architetti, che però se ne stanno chiusi nei loro studi a fare disegni senza mai girare per una città, tastarne il posto, parlare con la gente, per poi unire tutto questo a una capacità progettuale. Preferiscono presentarsi a qualche sindaco malato di divismo che diventa così il loro unico referente, garantendosi una sostanziale "impunità" di progettazione. Irresponsabili rispetto a quello che sarebbe il loro compito fondamentale: far vivere al meglio la gente nel suo ambiente». Un progetto, può obiettare un sindaco, ha un iter "partecipato"~ «Non sempre, e comunque la partecipazione è ormai uno strumento di consenso. Io mi riferisco a una capacità di ascolto professionale, da architetto, di una città. Senza il quale chiamare una grande firma per un progetto urbanistico diventa come chiamare un maniscalco per fargli fare un’ automobile». E secondo lei, si può rimediare? «Si usino i soldi pubblici invece che per progetti grandiosi, per ascoltare una città. E magari scoprire che non ha affatto bisogno di grandi opere, di espansioni quantitative, ma solo di interventi diffusi di riqualificazione. Senza grandi firme».
 

       

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